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L'uso della drammatizzazione e dell'umorismo come strategie per affrontare lo stress acuto

La psicologia dell'emergenza è una disciplina che non può prescindere dal rapportarsi con il dolore e con la sofferenza: perché non soffermarsi anche su quelle strategie che possano dare a questo dolore uno spazio adeguato e rispettoso, nel quale potersi rivestire di nuovi significati dando contenimento all'esperienza traumatica stessa, anche attraverso il gioco e l'umorismo.
Di fronte alle calamità naturali e agli eventi critici in genere, gli esseri umani reagiscono con variabili individuali che attengono al loro sistema di conoscenze e di credenze e sviluppano comportamenti più o meno funzionali.
La Sindrome Post-Traumatica da Stress è probabilmente la dimensione più conosciuta, e comporta effetti e conseguenze specifiche, ma troppo spesso si dimentica che, a livello statistico, la popolazione colpita da evento traumatico manifesta in una percentuale bassissima tale sindrome.
È molto più diffuso un peggioramento generale della qualità della vita e del rapporto con la quotidianità: per questo è importante saper leggere i contesti, e saper vedere dove ognuno sembra avere maggiori difficoltà nel rielaborare gli eventi e dove, invece, può attingere con maggior facilità alle proprie risorse personali.
La maggior parte degli individui necessita di almeno sei mesi per potersi riappropriare di un equilibrio, e per poter ritrovare una ragionevole fiducia nelle proprie capacità di affrontare e di gestire le difficoltà; per altri sono necessari tra i 18 e i 36 mesi.
Si possono manifestare reazioni da stress, di tipo emozionale (shock, rabbia, senso di colpa, senso di impotenza, sintomi dissociativi, etc…), fisiche ( disturbi del sonno, iperattivazione, abbassamento delle difese immunitarie, etc…), cognitive (difficoltà di concentrazione, pensieri intrusivi, calo del senso di auto-efficacia, etc…), sociali (alienazione, ritiro, abuso di sostanze, difficoltà professionali, etc…) e questi possono colpire anche i soccorritori.
Cusano (2002) sottolinea infatti che "gli eventi critici collettivi comportano molte situazioni di vittimizzazione, a cui corrispondono altrettante tipologie di vittime":

- vittime di primo livello (persone che hanno subito direttamente l'evento critico)
- vittime di secondo livello (parenti e familiari delle vittime di primo livello)
- vittime di terzo livello (soccorritori, professionisti e volontari, chiamati ad intervenire sulla scena
   dell'evento traumatico)

La possibilità di sostenere e di rinforzare le risposte di tutte queste "categorie" di soggetti risiede nella capacità di saper predisporre, insieme ad un'adeguata attività di prevenzione, quelle strategie di coping ("capacità di far fronte agli eventi") che possano fungere da "cuscinetto" emotivo ed affettivo per non fossilizzarsi in un ruolo limitante ed invalidante qual è quello di vittima.
Il concetto di coping, dal verbo to cope, che significa "far fronte", è stato proposto intorno agli anni sessanta da alcuni studiosi delle emozioni, che posero la loro attenzione su una dimensione attiva del soggetto: Magda Arnold, e poi Lazarus, definirono la nozione di coping come attività che coinvolge tanto la sfera cognitiva, quanto quella emozionale ed affettiva, quanto, infine anche l'agire pratico.
Il coping è quell'insieme di attività operative e di processi psicologici attraverso i quali un soggetto affronta un evento critico, una difficoltà, cercando di risolverlo o quantomeno di limitarne gli eventuali effetti negativi.
Il coping comprende perciò tutte quelle strategie cognitive e comportamentali che mirano a ridurre il rischio di probabili danni indotti da eventi stressanti (coping focalizzato sul problema) e a contenere le reazioni emozionali negative (coping focalizzato sulle emozioni).
In particolare le strategie di coping differiscono tra loro a seconda dell'utilizzo della modalità di approccio o di evitamento: l'individuo può confrontarsi direttamente con la situazione esterna che provoca stress e con le proprie emozioni (coping attivo), oppure dedicarsi ad attività e pensieri distraenti che possono allontanarlo dal problema (coping passivo).
Lazarus indica due tipi di risorse utilizzate: le risorse socio-ecologiche e le risorse personali: le prime fanno riferimento a ciò di cui il contesto dispone, comprese le relazioni sociali sulle quali l'individuo può fare affidamento, oltre che alle risorse economiche, alle risorse di rete e di sostegno.
Le seconde, invece, si riferiscono alle capacità che ciascuno possiede per valutare, interpretare e risolvere un problema, nonché al livello personale di autostima e di auto-efficacia, alla capacità di accettare il rischio e di identificare correttamente le risorse interne ed esterne a sé.
Un contributo fondamentale per lo sviluppo e la scelta di alcune strategie piuttosto che di altre è fornito anche dall'esperienza passata, che costituisce un base per valutare la validità, l'efficacia e i costi associati alle differenti soluzioni.
In questa direzione i processi di significazione sono importanti quanto i confronti con il dato del reale: è infatti la trama dei significati e delle letture che sono date agli eventi che contribuisce a connotare, a livello sociale, le trasformazioni personali e collettive; in questo senso gli apprendimenti segnati dal dolore possono cercare nuove chiavi di lettura attraverso strategie di coping quali ad esempio, quelle generate dallo "stupore" dell'umorismo.

L'emergenza non è delineata dall’evento in sé, ma dall'interazione tra eventi dannosi, tessuto sociale e risposta complessiva, nonché, e in misura assolutamente incisiva rispetto a queste ultime, dall'attività di prevenzione che dovrebbe essere la costante relazionale di contesti a rischio.
Un lavoro di prevenzione e di costruzione di reti di supporto facilmente attivabili in caso di necessità, attraverso canali comunicativi, informativi, educativi, didattici, di empowerment ("potenziamento") psicologico, può dare un contributo fondamentale alle potenzialità di coping sia individuali che di gruppo, e può contribuire a creare una cornice dentro la quale sarà più facile contenere gli effetti stessi dell'evento critico.
Il momento del bisogno urgente, quale può essere quello di emergenza, è, per definizione, un'esperienza di impotenza, perché interrompe una sequenza attesa di eventi e crea un bisogno psicologico e sociale spesso superiore alle risorse effettivamente possedute.
Perciò risulta fondamentale consentire alle persone di sperimentare la sensazione di potersi ancora proteggere e offrire strategie che facilitino un più diretto contatto con ciò che di se stessi è punto di forza.
Il fronteggiamento delle difficoltà attraverso una rilettura umoristica, può essere una strategia potenziabile e sviluppabile durante i momenti successivi all’evento, in cui ogni individuo può sperimentare la possibilità di "percepire il contrario" e rafforzare la propria espressività.
Nel tempo della "normalità" si dovrebbe dare spazio a percorsi educativi, formativi ed informativi rivolti alla comunità, per promuovere norme comportamentali orientate a preservare il benessere, creando e potenziando, appunto, risorse e competenze.

Parlare di umorismo in caso di disastri o di eventi critici può sembrare in un certo senso azzardato, quando non anche offensivo: lo scenario di un disastro, le emozioni di paura, sofferenza, rabbia e dolore difficilmente richiamano un sorriso.
Tuttavia, sembra interessante poter pensare che, tra le diverse strategie di coping che possono venir messe in campo per riacquistare un controllo sulla propria situazione, drammaticamente interrotta da un evento critico, l'umorismo ed un uso appropriato dell'intelligenza umoristica possano trovare il loro spazio.
In letteratura Pirandello ha definito l'umorismo come "il sentimento del contrario": ciò che mette a nudo le contraddizioni del reale, il sentimento che scopre le quote di sofferenza di cui l'individuo è portatore, favorendo possibili riflessioni intorno a quanto si cela dietro la maschera.
Moran e Massam (1997) rintracciano il leitmotiv di quel centinaio di teorie sull'umorismo che derivano da varie prospettive (psicologica, sociologica, antropologica e linguistica): l'idea che l'umorismo assicuri un certo grado di riduzione della tensione e faciliti la re-interpretazione della situazione.
L'umorismo determina un aumento di arousal (attivazione fisiologica), cui segue, per un effetto di rimbalzo, la riduzione dello stato di tensione; inoltre la re-interpretazione dell'evento sembra il risultato dell'incongruità che caratterizza lo stimolo umoristico, incongruità che risulta dall'associazione di due situazioni tra loro molto distanti e perciò non correlate.
L'umorismo, inoltre, veicola l'aggressività: tra gli effetti fisiologici, infatti, si ritrova la riduzione del ritmo cardiaco e respiratorio, la riduzione della tensione muscolare, il potenziamento del sistema immunitario, il rilascio di endorfine.
Gli studi in questo ambito, se da un lato non forniscono risposte riguardo gli effetti a lungo termine dell'umorismo, dall'altro confermano la rilevanza del riso sul benessere.
L'umorismo assicura una protezione del Sé in quanto consente di allontanare dalla coscienza i pensieri negativi; permette inoltre di stabilire un legame emotivo all'interno di un gruppo, favorendo la socializzazione tra i membri.
In situazioni particolarmente critiche, l'umorismo sembra proteggere l'individuo attraverso un processo di distanziamento tra il Sé e lo stimolo stressogeno (Dixon, 1980).
Cominciano perciò a farsi strada anche ricerche che riguardano il ruolo dell'umorismo nei contesti di emergenza, soprattutto per quanto riguarda la dimensione del soccorso e le strategie di coping per i soccorritori (Moran e Massam, 2002). Possiamo comunque considerare l'intelligenza umoristica una dote in parte innata, ma in parte acquisibile e potenziabile, e soprattutto una strategia di coping tanto naturale quanto efficace.
Come accennato, c'è aggressività all'interno dell'umorismo: alcuni studi sottolineano come possa essere ragionevolmente ipotizzata una precisa correlazione tra l’atto del riso e del sorriso, e quello di "scoprire le zanne", proprio dei nostri antenati. Lo stesso Freud (1976) dopo aver distinto tra motti tendenziosi ed innocenti, arriva ad osservare che nessun motto è del tutto innocente.
Il messaggio umoristico implica dunque una trasgressione rispetto a qualche sistema di regole, o una violazione rispetto a qualche codice.
L'umorista tende a distinguersi proprio perché è anti-convenzionale, "perché vede l'altra faccia della luna e sa creare e controllare le emozioni altrui" (Gulotta, 2001).
L'umorista evade dai limiti condivisi, e si muove libero da costrizioni, aumentando il proprio arousal, e provando un senso di libertà espressiva che gli consente di scaricare la tensione in tempi brevi (Fisher, 1981).
La persona veramente spiritosa tende a mantenere e a coltivare queste caratteristiche, perché gli altri, con le loro risate, rinforzano la sua peculiarità.
L'umorismo presenta, poi un valore sociale, ossia una rilevanza verso tutti gli individui che compongono la realtà valutata: si considera in quest'ottica l'umorismo come un fattore che influenza un gruppo sociale, con le sue regole, le sue strutture e i suoi valori.
Secondo Hertzel (1971) l'umorismo è un fenomeno sociale perché è sociale la sua origine, il suo accadere, le sue funzioni ed i suoi effetti: una battuta spiritosa è un filo che intreccia individuo e società. Una situazione particolarmente felice per poter osservare l'umorismo nel suo manifestarsi è infatti quella del gruppo, essendo questa una situazione in cui comportamenti ed emozioni si contagiano facilmente. Tra le funzioni sociali che l'umorismo soddisfa, c'è primariamente quella della sopravvivenza, poi, ad essa collegata, quella del controllo delle percezioni e delle impressioni.
Inoltre l'umorismo è una risorsa importante come strategia interpersonale, come modalità di presentazione di se stessi, per controllare le conversazioni, eludere le domande, distrarre, dirigersi su altri argomenti, dire cose assurde, mantenendo un'atmosfera rilassata e creando una situazione in cui si mantiene una certa padronanza.
Inoltre, l'umorismo è un potente facilitatore sociale, rinsalda i legami come una specie di "collante", aiuta a condividere idee, esperienze e valori comuni.
È stato poi osservato che serve anche a confermare e rafforzare gli stereotipi, senza per questo incrementare conflitti, ma anzi, proponendosi come soluzione alternativa a situazioni conflittuali. È inoltre da sottolineare come sia da tempo convalidata l'ipotesi che l'umorismo possa essere una strategia umana particolarmente efficace nei confronti dei danni psicologici provocati dallo stress (Dixon, 1980).
In verità una correlazione tra eventi critici della vita e danni psicologici non è stata provata in modo significativo: solo lo 0,3% degli eventi della vita hanno un peso sicuro nella produzione di malattie.
Tuttavia sono state individuate numerose variabili che possono servire a moderare gli effetti negativi di avvenimenti critici, e tra queste vi è il senso dell'umorismo.
Il meccanismo che si suppone entrare in gioco è quello che consente di valutare l'evento critico e stressante più come una sfida che come una minaccia: in questo modo il senso di auto-efficacia ed il controllo vengono rinforzati. "Quello che fa soffrire" diceva già Epitteto "non sono le cose, ma come noi le vediamo".
L'umorismo sembra favorire il salto cognitivo che consente di distanziare se stessi dall’evento che offende, quindi svolge una doppia funzione: rende minima la percezione di difficoltà e accresce la capacità di affrontarne le conseguenze.
Insegnare a vedere la vita con un pizzico di umorismo, significa far apprendere una skill che può, a medio e lungo termine, diventare incisiva. Non c'è dubbio che il lavoro di soccorso nelle emergenze possa causare stress, e per questo motivo sono stati portati avanti studi sulle strategie di coping utilizzate dagli operatori per ridurre il livello di tale stress: tra queste l'umorismo è una di quelle sperimentabili sia a livello individuale che di gruppo, che ha ricevuto attenzione come possibile contributo positivo all'adattamento.
Nei diversi contesti possiamo parlare di senso dell'umorismo, di apprezzamento dell'umorismo o di generazione dell'umorismo (Bizi, Keinan, & Beit-Hallahmi, 1988; Martin & Lefcourt, 1983; O'Connell, 1969).
Il senso dell'umorismo è visto come una caratteristica individuale, ed in alcuni casi viene misurato come la tendenza a ridere di una certa cosa o di sè stessi. L'apprezzamento dell'umorismo si riferisce alla capacità di cogliere l'umorismo in un contesto, laddove generazione dell'umorismo è la tendenza a fare commenti o agire in maniera ironica in una situazione. La ricerca suggerisce che la generazione dell'umorismo è più psicologicamente protettiva del semplice apprezzamento. Le ricerche suggeriscono che le persone con un elevato senso dell'umorismo non provano meno stress, ma sono capaci di generare humor per affrontarlo (Martin & Lefcourt, 1983; Nevo, Keinan & Teshimovsky-Arditi, 1993; Nezu, Nezu & Blissett, 1988).
Gli effetti fisiologici del riso sembrano essere simili a quelli dell'esercizio fisico, inclusa la riduzione della tensione muscolare, del ritmo cardiaco e di quello respiratorio, seguiti da un effetto di rilassamento. Gli effetti si estendono anche al sistema immunitario ed il riso può essere accompagnato da modifiche a livello di immunoglobuline IgA, potenziatore immunitario legato in particolar modo al sistema respiratorio. E' stato anche provato che il riso causi un rilascio di endorfine. Non è ancora chiaro, nonostante i numerosi studi, se questi effetti abbiano conseguenze a lungo termine.
Poter sperimentare una visione umoristica può supportare il lavoro di squadra nel soccorso. Vi è una crescente evidenza che l'umorismo possa aumentare la creatività, le capacità di problem-solving e la memoria. Non vi è ancora evidenza precisa che l'umorismo abbia un effetto diretto di miglioramento della performance nel lavoro del soccorso, ma gli operatori sostengono che li aiuta a focalizzarsi sul compito immediato, più che sulle loro emozioni o sull'orribile natura di certi eventi (Moran, 1990).
Un particolare tipo di umorismo che si applica alla situazione degli incidenti critici è spesso chiamato "umorismo nero", ossia l'umorismo nelle situazioni, stabili o in evoluzione, inclusi gli ambienti di lavoro, che mette in gioco un meccanismo per affrontare la vita in situazioni dure, così che i sentimenti negativi possano essere sviluppati in accettazione positiva (Maier, 1989). Si ritrova in situazioni dove le persone devono continuare a lavorare perfino se la natura del lavoro è inaccettabile: "Propone una risposta illogica, perfino psicotica, a dilemmi irrisolvibili, ed offre un modo per essere sani in una situazione malata" (Kuhlman, 1988).
Un maggior sforzo di ricerca sull'utilizzo dell'umorismo nel contesto del soccorso, e sul livello di funzionamento delle persone che ne fanno uso, ci potrebbe aiutare a comprendere meglio il ruolo dell'umorismo nel lavoro nelle emergenze, così come suggerito da un lavoro di ricerca, quello di Carmen Moran e Margaret Massam, che ne ha analizzato le potenzialità nel lavoro di soccorso.
Allo stesso modo potrebbe aiutare le persone coinvolte nello scenario del disastro a reagire in maniera alternativa, stimolandoli a coltivare la sensazione di "potercela fare".
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Reazioni emotive alle emergenze negli adulti e nei bambini

In diverse parti del mondo, ogni anno, avvengono delle calamità naturali o dei disastri procurati dall'uomo e, ogni anno, ne sono colpiti milioni di esseri umani.
Là dove il disastro è avvenuto, queste forze estreme e distruttive possono avere effetti profondi sulla stabilità delle persone, ripercussioni sulla vita della comunità e sull'assetto politico-economico delle nazioni stesse.
Anche se tali eventi disastrosi possono avere una durata diversa, da pochi secondi sino ad alcuni giorni o mesi, le conseguenze sugli individui ed i gruppi sociali possono continuare per mesi o anche anni, durante quel lungo processo che porta al recupero, alla ricostruzione ed, infine, al ristabilimento delle condizioni precedenti alla catastrofe. Ma tale recupero a "lungo termine" ha una durata variabile, che cambia significativamente a seconda della complessa interazione tra più fattori coinvolti, quali: fattori psicologici, sociali, culturali, politici, economici, etc
È ormai risaputo che gli eventi connessi a calamità naturali e a disastri tecnologici sono una potenziale fonte di stress traumatico, specie quando implicano una causa o un rischio di morte, gravi ferite, oppure quando mettono a repentaglio direttamente la sicurezza fisica dell'individuo o delle persone care che gli stanno a fianco.
Per tale motivo, dunque, quando avviene un evento calamitoso, il principale obiettivo degli interventi è quello di ristabilire, dapprima, l'incolumità fisica e psichica di coloro che sono stati coinvolti e, successivamente, di ricreare un equilibrio all'interno della comunità colpita.
In psicologia dell'emergenza gli interventi sono rivolti prevalentemente a persone "normali" che reagiscono normalmente a una situazione che, invece, è da considerarsi "anormale"; essi sono volti all'identificazione di coloro che rischiano di incorrere in menomazioni psicologiche o sociali gravi, a causa dello shock provocato dall'evento traumatico.
La maggior parte del lavoro, come pare ovvio in una situazione di emergenza, avviene in un contesto non clinico (per esempio rifugi, centri di emergenza, scuole o centri di assistenza), che può essere caotico e mancare di privacy, tranquillità o comfort. Nell'ambito della psicologia dell'emergenza, infatti, lo psicologo affronta situazioni pratiche, la sua attività si rivolge in prima battuta a tutti e potrebbe, pertanto, comprendere l'erogazione dei suoi servizi anche a persone che non stanno cercando un aiuto psicologico, che possono essere ambivalenti in relazione all'accettazione di questo tipo di aiuto o che, in estremo, possono rifiutarlo apertamente. A tal fine diventa fondamentale la capacità di costruire un rapporto istantaneo, immediato, ed empatico con persone o gruppi che vivono, nella stragrande maggioranza dei casi, una forte reazione di stress.
All'interno di questo quadro di riferimento risulta pertanto importante dare ampio spazio alla comprensione delle reazioni psicologiche nelle situazioni di crisi, alle possibili conseguenze traumatiche ed ai vissuti emotivi in situazioni di stress e trauma, sia negli adulti, che nei bambini.
La psicologia dell'emergenza ha come proprie finalità lo studio, la prevenzione e il trattamento dei processi psichici, delle emozioni e dei comportamenti che si determinano prima, durante e dopo gli eventi critici; essa si articola in due ambiti generali: quello delle emergenze individuali e quello delle emergenze collettive o di massa.
Particolare importanza assumono lo studio e il trattamento del trauma psichico, inteso come stato conseguente ad uno o più eventi, interiori od esterni, che hanno colpito la persona. L'impatto con un evento può essere diretto, se l'individuo sperimenta personalmente l'evento traumatico, o indiretto, se a vivere l'evento traumatico è una persona cara con cui l'individuo si identifica o di cui tema la perdita.
Le persone esposte direttamente ai pericoli e al rischio di morte sono quelle che, probabilmente, subiranno le conseguenze più gravi: quanto maggiori sono la minaccia di morte percepita e l'esposizione sensoriale (cioè quanto più si vedono immagini stressanti, si percepiscono odori fastidiosi, si odono suoni spiacevoli o si subiscono lesioni fisiche) tanto maggiore è la probabilità che si manifesti lo stress post-traumatico.
Le reazioni più comuni in seguito ad una condizione traumatica arrecano effetti di diversa natura: di tipo emozionale, cognitivo, fisico ed interpersonale.
Tra gli effetti emozionali, i più comuni sono lo shock, la collera, la disperazione, l'ottundimento, il terrore, il senso di colpa, l'irritabilità, il senso di impotenza, la riduzione del piacere derivante dallo svolgimento delle attività consuete, la dissociazione.
Tra gli effetti cognitivi, invece, si possono riscontrare un deficit della concentrazione, della memoria e della capacità di prendere decisioni, incredulità, confusione, distorsioni, calo dell'autostima e dell'autoefficacia, pensieri e ricordi intrusivi, preoccupazioni.
Gli effetti fisici più frequentemente riscontrati sono il senso di affaticamento, i disturbi del sonno, uno stato di iperattivazione, lamentele somatiche, un deficit nella risposta immunitaria, cefalea, problemi gastrointestinali, calo dell'appetito e della libido.
Tra gli effetti interpersonali, infine, compaiono il senso di alienazione, il ritiro sociale, l'aumento dei conflitti nelle relazioni, una possibile condizione di menomazione o difficoltà professionale o scolastica.
Il tema delle emozioni appare decisamente cruciale in tutti i contesti di emergenza, nei quali si è posti di fronte ad eventi imprevisti, sorprendenti e distruttivi, identificabili come aggressivi e lesivi.
Le emozioni sono riconosciute come la "cerniera" tra la dimensione organica, la realtà psichica e le dimensioni sociali che caratterizzano gli individui; sono processi psicologici complessi, che insorgono rapidamente, si sviluppano, decrescono e scompaiono, coinvolgendo nel loro dispiegarsi nel tempo molte differenti componenti.
Tutto ciò che sollecita i nostri sensi, infatti, ha una potenza emotigena; esistono stimoli sottili, non facilmente individuabili o riconoscibili a livello consapevole, in grado, tuttavia, di elicitare forti emozioni. Gli odori, ad esempio: molte vittime di incidenti, individuali o collettivi, ricordano con dolore la componente olfattiva dell'esperienza di paura, al punto che, odori simili sono in grado di attivare immediatamente le stesse emozioni. L'odore dei disinfettanti, ad esempio, della terra bagnata, della carne bruciata; anche i profumi hanno questa forte capacità emotigena.
Ogni emozione, dunque, è in qualche modo sempre profondamente corporea, oltre che psichica.
L'emozione è anche azione. I comportamenti di fuga, i vocalizzi, l'avvicinamento, il ridere e il piangere, sono un tutt'uno con l'emozione; anche irrigidirsi, tacere, abbassare lo sguardo, rannicchiarsi sono azioni, per quanto a volte meno clamorose. Le emozioni sono concepibili, quindi, come il punto di incontro tra mente e corpo, tra realtà e percezione di sé, tra socialità ed individualità.
Un'attenzione particolare, inoltre, deve essere dedicata al mondo delle emozioni infantili, in parte diverse da quelle adulte. Il vero termometro delle emozioni infantili risulta essere l'adulto di riferimento, rispetto al quale il bambino manifesta comportamenti di attaccamento e di sintonia emotiva.
Visti con gli occhi e la mente dei bambini, pertanto, gli eventi connessi alle emergenze possono apparire assai diversi da come appaiono agli adulti.
Un motivo assai rilevante che suggerisce la necessità di porre particolare cura ai bambini nei contesti di emergenza è la consapevolezza delle conseguenze, durature e dannose, potenzialmente arrecate dall'esposizione a situazioni traumatiche. L'intensità del dolore e il suo effetto paralizzante, in età evolutiva, potrebbero portare esiti a lungo termine, in grado di incidere sul funzionamento e sulla personalità del bambino stesso.
Nei bambini il sintomo più comune è la ri-esperienza dell’evento traumatico, che riemerge secondo differenti modalità: incubi ripetuti, pensieri ricorrenti e intrusivi, stress e angoscia nel ricordare il trauma, una modalità particolare di gioco che riproduce concretamente alcuni aspetti della situazione traumatica, disegni in cui il trauma viene riprodotto senza alcuna intenzionalità.
Si può verificare, inoltre, un appiattimento della sensibilità del bambino, attraverso la tendenza al ritiro sociale, la riduzione delle capacità di interazione ludica, una gamma limitata di manifestazioni affettive e la perdita temporanea di competenze già acquisite. I bambini, per esempio, potrebbero riportare un diminuito interesse per le loro usuali attività (leggere, giocare, disegnare, etc.) e apparire distanti e distaccati dalla famiglia e dagli amici. Possono comparire i disturbi del sonno (terrori notturni con risvegli e pianto inconsolabile, difficoltà ad andare a letto e a mantenere il sonno), difficoltà dell'attenzione e della concentrazione, ipervigilanza e risposte d'allarme esagerate, preoccupazioni, paura di separarsi dai genitori o dalle persone care. Considerando che un evento catastrofico distrugge in modo significativo la routine quotidiana e crea disturbi del sonno e della concentrazione, la compromissione delle abilità scolastiche non è certo una sorpresa. Un'altra variabile importante è la perdita di beni materiali e la distruzione della vita di ogni giorno, incluso l'allontanamento dall'abitazione, dalla scuola e dalla comunità; questo aspetto è maggiormente evidente nelle catastrofi naturali. Per esempio, in seguito ad un terremoto, i bambini subiscono l'effetto di una serie di stressor a cascata, come la perdita delle case e di tutti i beni, il cambiamento della scuola, difficoltà finanziarie e di occupazione dei genitori, allontanamento dagli amici. Questo insieme di effetti può continuare ad agire per settimane, mesi o addirittura anni, mettendo fortemente alla prova le risorse e le capacità di adattamento dei bambini e delle loro famiglie.
È in questo contesto di riferimento che si trova ad operare la psicologia delle emergenze: la psicologia dei vissuti emotivi in situazioni traumatiche.
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Conseguenze emotive e cognitive degli incidenti stradali sulle vittime e sulle loro famiglie
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